giovedì 22 maggio 2014

Il mercato si sta muovendo



Le porte dell’ascensore stavano per chiudersi quando una mano, il cui polso era coperto da un polsino bianco ben stirato, fermò le porte ed entrò con me nella cabina. Era un tipo distinto, vestito in modo elegante, pelle ben curata e rasato in viso, contrariamente al mio, folto di barba fosca, cresciuta per la mia cronica pigrizia.
Non l’avevo mai visto nello stabile, ma essendo che ero lì da poco non chiesi null’altro che il piano della sua destinazione, per stabilire chi dei due avrebbe lasciato per prima l’ascensore. Andava all’ultimo piano, io mi fermavo a metà dello stabile abbastanza alto per i criteri del quartiere, così scelsi, senza esitazione alcuna, il mio piano.
Il vecchio ascensore, dopo un piccolo sobbalzo iniziale, cominciò la sua salita e dentro la cabina si posò quel silenzio teso che ama formarsi laddove due persone sconosciute o poco affini, sono costrette a stare vicine, senza avere alcuna via di fuga.
Io sentivo i piani susseguirsi, l’uno dopo l’altro, perché si sentiva un particolare rumore metallico quando se ne superava uno.
Io e quell’uomo restammo fianco a fianco, ritti sulle gambe, con lo sguardo ritto e fermo.
Mi stavo per abbandonare all’idea del silenzio, quando una voce ruppe quella quiete già leggermente infranta dallo scorrere dei vecchi cavi dell’ascensore.
«Il mercato si sta muovendo.»
Ebbi l’istinto di girarmi, ma qualcosa, un istinto di protezione ancora più primordiale di quello della curiosità umana, mi spinse a smorzare quel gesto ed il mio sguardo confuso e profondamente pensieroso, si soffermò su uno degli angoli bassi della porta della cabina.
«Il mercato si sta muovendo.»
Ripetei nella mia mente cercando di dare un senso a quelle parole pronunciate con tranquillità ed una freddezza spietata.
Quando il dubbio fu così grande da sconfiggere i miei timori, girai appena gli occhi verso di lui, più alto di me, chiuso nel suo completo grigio chiaro e nella sua bianca camicia al cui collo pendeva il cappio della professionalità, quella che rassicura e inganna allo stesso tempo.
Lui sorrideva, le sue labbra sottili erano chiuse ma distese su entrambi gli angoli ed il suo viso soddisfatto annuiva, ma era un movimento appena percettibile, mentre tutto il resto del corpo restava statico, immobile, sicuro.
Io curvo, basso, tremante, incerto nello sguardo, ma desideroso di scoprire ciò che non avrei dovuto sapere, mi proposi a lui, a questo sconosciuto, a questo professionista del mercato con una fatidica eppure sciocca domanda.
«Cosa vuol dire?»
Allungò il suo sorriso, mi guardo sicuro, preparato, sapeva che una volta conquistata la mia attenzione, le sue mani sul mio cervello, potevano stimolarmi e condurmi verso qualsiasi luogo che lui avesse scelto per me. Era tremendamente sicuro! Sicuro e soddisfatto! Come quando a un esame d’università la prima domanda è una scala reale che mi condurrà su una strada sicura e tranquilla, ecco! Allo stesso modo lui mi guardava: privo di alcuna tensione, dominante sulle mie curiosità apertesi come quelle del dantesco Ulisse.
Prese fiato, stava per rispondermi, ma l’ascensore, dio di quel microscopico universo, decise di privarmi della risposta fermandosi al piano in cui dovevo scendere.
Allora l’uomo ritirò la sua voglia di parlare nel consueto sorriso ironico ed io mi voltai, scombussolato, piegato dallo zaino pieno di libri, che non mi avrebbero dato alcuna risposta, verso l’uscita.
Prima che entrambi i miei piedi fossero fuori, sul pianerottolo del mio piano, l’uomo allungò nella mia mano penzolante e semichiusa, un libretto di carta su cui vi era impressa la soluzione da decodificare. Mi voltai velocemente ma riuscii solo a vedere metà del suo viso sorridente e sicuro, mentre le porte, implacabilmente si serravano e le sue labbra che, senz’aggiungere alcun suono al movimento, mi dicevano ancora: «Il mercato si sta muovendo.»

Entrato in casa, toccando e osservando il mio consueto vivere, capii di quanta illusione era farcita quella frase.

mercoledì 21 maggio 2014

Pensieri su Parigi e la sua Dame

Parigi è qualcosa di unico al mondo.
Bella, dai quartieri popolari fino ai Champs-Élysées, sotto la pioggia, quando dalle chiese i gargoyles rigurgitano acqua e quando sotto il sole i giardini d'un verde intenso e di fiori colorati prendono vita e lucentezza riflettendo i loro colori nell’aria d’una primavera che sembra inverno, qui in Italia. Parigi sbatte in faccia ai suoi turisti il suo trionfo, la sua storia, i suoi personaggi, quegli uomini che hanno fatto delle sue vie storie intramontabili, penso a Victor Hugo, Proust, Boudelaire, Artaud per finire a Depardieu e Woody Allen. Essa trionfa nella sua abbondanza dovuta ai suoi maestri artigiani ed a chi seppe saccheggiare il mondo mantenendo, comunque, un’immagine di se apprezzabile.
Ho soggiornato a Montmartre, ai piedi della chiesa del Sacro Cuore, ogni mattina lo vedevo lassù, appena dietro qualche palazzo, mentre ai miei piedi scorreva la via, non una rue, ma un boulevard: via più grande e con un bel giardino in mezzo alle quattro corsie. Seppur ho avuto uno spiacevole dibattito con un venditore ambulante un po’ troppo insistente quello squarcio di quartiere della zona nord di Parigi, mi dava agio, conforto, con la sua viuzza tipica, piena di locali per turisti e qualche bistrò, con il giardino-scalinata che man mano ti faceva crescere davanti la città che, una volta giunti alla balconata ultima, si stendeva fino all’orizzonte, gremita di palazzi e aree di grattacieli; ma mai, mai ebbi la sensazione che essa si prostrava ai miei piedi, tutt’al più sembrava mettersi in posa, stendersi e dirmi: «Guardami, ammirami, non mi avrai mai totalmente.»; scherniva la vista ed il pensiero, ma non potevo odiarla, la sua bellezza, la voglia di scoprire cosa si celava in quelle rue o boulevard o in quei palazzi monumentali, copriva la vanità di questa gloriosa città. D’altronde sono abituato a questa sensazione, quando si ammira Roma dal Gianicolo o da un altro punto elevato, è simile la sensazione che si prova, seppur, in quel caso, vivendoci e sapendo che è parte della mia storia, posso gonfiare il petto d’orgoglio e dire a me stesso: «Questa è la mia capitale!»; ma Parigi, per quanto i Romani abbiano lasciato il proprio segno (come in quasi tutta l’Europa), sorge con monumenti che non più appartengono a quell’era, ma a periodi storici e vicende strettamente legate alla città, dal medioevo fino alla rivoluzione, Napoleone, Charles De Gaulle e tanti, tantissimi altri personaggi e vicende che vedo con un miscuglio di invidia e ammirazione; ma più la seconda, che la prima.
Poi c’è Notre-Dame, l’imponenza, la bellezza, la semplicità, la storia, l’arte e la letteratura, le fantasie, le musiche, tutto si scontra in essa, nella sua verticale quadratura. Vederla mi dava sempre piacere. Era rassicurante sapere che c’era, che esisteva. A partire dal nome per finire a ciò che significa per l’intera città. Notre-Dame ti accoglieva e ti assolveva, dava e dà protezione. Non si può rimanere inermi davanti alla dolcezza del viso della Madonna che, al centro della facciata, sorveglia la città e dentro la chiesa ti ascolta e ti ama incondizionatamente, mentre sotto di lei una schiera di santi ti osserva, ti giudica, in un vortice di sguardi che ti portano al pentimento, perché lo si sente, lo si percepisce che loro sanno tutto su di te, sul viandante che, approssimatosi ad una delle tre entrate, si sofferma a guardare l’arco nella sua interezza e trema per un momento, magari è un istante così breve da non rendersene nemmeno conto, ma sono sicuro che accade, bisognerebbe avere realmente un cuore di pietra e sentimenti vuoti per non provare nulla dinanzi quegli sguardi che da capo a piedi ti esaminano. Tutto il resto è lasciato ai gargoyles. Se la Madre ti accoglie, ti protegge come suo figlio, se gli altri santi ti giudicano severamente, il gargoyle non ha altro compito che scacciare via ogni male, ogni forma demoniaca, pur essendo loro figure di quel genere (forse sono ex-demoni che hanno deciso di proteggere i luoghi sacri) servono l’amore divino con tutto se stessi, a volte con un ira e un odio nello sguardo da far realmente fuggire, chi ha la coscienza troppo sporca, chi vuole profanare quel luogo. I loro corpi perlopiù protesi verso l’esterno sembrano in procinto ti attaccarti e divorarti, con quelle loro fauci spalancate, altri, quelli più noti e belli, stanno ai piedi delle campane, la voce celestiale di Notre-Dame, e guardano e sorvegliano con atteggiamento più cauto l’immensa distesa di case che è Parigi.
Dalle fogne che rigurgitano topi notturni ai battelli che di notte illuminano le acque verdi della Senna; dal terribile tanfo di urina di alcune Metrò, ai francesi, sempre più rari; al grattacielo di Montparnasse che ti regata Parigi di notte dall'altezza di sessanta piani, ai biglietti troppo cari dei mezzi pubblici; dal generale, residuo della seconda guerra mondiale, che scaccia i turisti come un pastore guida le pecore, per poter dare il via alla commemorazione del milite ignoto, fino ai negozi lussuosi dei Champs-Élysées; dalle opere d'arte italiane, greche, egizie, babilonesi, spagnole, fiamminghe fino alle opere d'arte francesi; dalla tomba dorata di Napoleone fino alla mia piccola e modesta stanza di un ostello di Montmatre posso dire di aver amato questa città, di cui ci sarebbe così tanto da dire... eppure sono stati solo cinque giorni.


sabato 15 febbraio 2014

Dotti, medici e sapienti



Iniziare questo articolo non è semplice, ci sono tanti capi a cui potermi appigliare per un buon inizio e quando tanti spunti si accavallano l’un l’altro, diventa difficile far chiarezza e cominciare, dunque inizierò nel modo più semplice e diretto possibile: oggi, sul tg de La7, è andato in onda un servizio sull’educazione infantile, dove quei “dotti e sapienti” di cui parla Bennato, commettevano l’ennesima gaffe: sostenevano, infatti, che le fiabe di Andersen, dei fratelli Grimm e chissà quante altre di quelle classiche, riadattate dalla Disney, non sono più adatte a educare i bambini moderni, i quali hanno bisogno, sin dalla prima infanzia, un’educazione votata all’accettamento dei gay nella società, e le vecchie favole, visto che raccontano sempre di principesse che coronano il sogno d’amore con il principe azzurro e mai forniscono l’idea di coppia omosessuale, non hanno i requisiti adatti per educare al meglio il bambino; in sostanza, concludeva il servizio, nell’attesa che i nuovi favolisti scrivano fiabe adatte a questi principi, Biancaneve, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco ecc. non devono essere più lette, né tantomeno si devono guardare le loro trasposizioni in film d’animazione.
A fronte dei concetti che esprimerò, premetto che non ho mai denigrato gli omosessuali, non l’ho fatto, perché non vedo la differenza, come non ho mai insultato nessuno che fosse di un pensiero religioso diverso dal mio o che non lo avesse affatto, come, infine, non ho mai insultato nessuno che non tifi la mia squadra di calcio; però, pur essendo cristiano, mi danno fastidio quei bigotti che si dicono “cristiani”, i quali passano le loro giornate a imputare leggi e restrizioni su programmi tv, libri, musica ecc.; non sopporto gli animalisti estremi, quelli per cui l’uomo può morire di fame, ma il cucciolo sotto casa deve avere la sua bistecca; non sopporto gli ultrà che rovinano il calcio e creano odio fra le tifoserie; allo stesso modo non sopporto gli omosessuali che, proprio come i loro principali “nemici” (i cristiani bigotti), passano il tempo a denunciare e declamare cosa vada bene e cosa no, allontanandosi, in tal modo, da ciò che invece è il loro obbiettivo principale: non essere discriminati, cioè non essere considerati diversi. Ovviamente non mi riferisco alle giuste polemiche che riguardano insulti o maltrattamenti, alle quali mi stringo in loro favore, ma a polemiche proprio come quella sopracitata. Non credo che “Biancaneve e i sette nani” della Disney possa mandare messaggi omofobi, né credo che possa istigare alla violenza e come questo, tutte le atre favole e tutti gli altri capolavori Disney acclamati e esaltati da menti brillanti come Bozzetto, D’Alò, Rodari, Eco, Fellini (come si è potuto constatare nel recente documentario “Walt Disney e l’Italia – Una storia d’amore”), dire che i cartoni animati di questo marchio sono dannosi per i bambini e per il loro futuro (oltre ad essere una chiara e palese sciocchezza) equivale a definire “incompetenti” quegli uomini che ho elencato, che, non solo sono uomini retti ed eccellenti, ma sopraffini scultori della fantasia e maestri della cultura.
Se si guardano bene i film d’animazione Disney (ma anche guardandoli con superficialità) si nota una gamma di insegnamenti che, oggi giorno, difficilmente i film d’animazione danno; si pensi a Bambi (che fra l’altro era stata accusato di essere un personaggio equivoco perché da piccolo sembrava una femmina) che non solo insegna cose bellissime, come, prima di tutto, il rispetto per la natura e per i suoi abitanti tutti (il che già è un messaggio che si può allargare all’accettazione del diverso), ma dà ai bambini una lezione tremenda e importantissima: fa vedere loro la perdita di un parente, nel caso specifico della mamma, e di come, nonostante ciò, si ci deve far forza e andare avanti perché tornerà la primavera e la serenità. I film Disney, dunque, non solo hanno il pregio di diffondere un’idea di vita idilliaca, ma il raggiungimento di quest’ultima avviene attraverso ciò che si chiama vita, con tutti i suoi lati belli e brutti. Se Biancaneve, alla fine, riesce a sposare il suo Principe Azzurro, lo fa dopo esser stata braccata da una persona che voleva ucciderla, dopo essersi persa nelle ombre del bosco e dopo aver sfiorato la morte, tutto a causa di una regina che non accettava la sua presenza. Potrei continuare ad oltranza, elencando i tanti insegnamenti sulla società, infatti, i personaggi Disney, pur non essendo dichiaratamente gay, sono tutti, o quasi, personaggi che inizialmente sono emarginati dalla società:
 - Biancaneve: sfruttata prima e quasi uccisa dopo;
 - Dumbo: criticato dalle elefantesse e sbeffeggiato da tutti per la sua diversità;
 - Cenerentola: sfruttata e denigrata dalle sorelle;
 - Biagio: cane di strada;
 - Red e Toby: l’uno una volpe e l’altro un cane da caccia, che dovranno essere nemici/amici;
 - La Bestia: essere mostruoso che tutti rifiutano per il suo aspetto;
 - Semola: ragazzetto senza genitori che viene sfruttato dal suo patrigno;
e così via fino a Frozen, dove c’è una regina delle nevi che è un personaggio estremamente fragile ed ha paura della sua diversità.

Appurato che non sono le favole a dar cattivi consigli, chi è che lo fa?

La scuola: dove tutti i diversi vengono discriminati, non solo i gay, ma dal ragazzo che ha gravi problemi fisici o mentali, fino a quello che, semplicemente, si veste in modo diverso o ha passioni diverse da quelle della comunità della classe. Come va la scuola in Italia? Inutile citare i casi di bullismo che sono usciti fuori qualche anno fa e quelli che proprio in questi giorni stanno condannando alunni e professori; poi, ricordiamo sempre che oltre ai casi che vengono filmati con il cellulare o quei casi eclatanti che esplodono sul Tg, ci sono migliaia di piccoli casi di bullismo quotidiano a cui uno studente è sottoposto, che non verranno mai alla luce.
Il nucleo familiare: i bambini imparano molto dall’esterno, ma tanto, tantissimo imparano dagli esempi che i genitori danno ai loro figli, ed a seconda di come vengono educati, i bambini, crescono di conseguenza. Se io sono abituato a salutare cordialmente le persone del mio palazzo, lo faccio perché mia madre mi diceva sempre di essere cordiale e di salutare, perché non farlo è scostumatezza; e lo faccio perché un giorno, entrando in classe, in primina, non salutando la maestra, questa mi sgridò facendomi notare che si doveva sempre salutare quando si entrava in classe. Questo è un piccolo esempio per far capire come scuola e famiglia siano il vero fondamento dell’educazione di un bambino.
Lo Stato: guardiamo che tipo di persone sono andate al governo in questi anni e capiremo subito perché la nostra società è avvezza alla discriminazione (che sia di sesso, di razza, di credo).

Le favole e le fiabe, sono fatte di eternità, non sono collocate in alcun tempo proprio per essere perfettamente adatte a qualsiasi cambiamento dell’umanità ed i classici Disney, sono come le opere teatrali di Shakespeare (mica non si deve leggere più Romeo e Giulietta, solo perché sono eterosessuali!), come i grandi capolavori francesi di Victor Hugo, dei romanzi filosofici di Dostoevskij, come i lavori teatrali e letterali di Pirandello che, oltretutto, incontrò Walt Disney e sembrava alquanto felice nel fotografarsi accanto a lui; pertanto non si possono definire “vecchie” o “sorpassate”.

Infine: non voglio vivere in un mondo che educhi il pensiero, nel significato più duro e crudo del termine, come avveniva in tempi dove la democrazia era ben lontana; sicuramente ci sono tantissimi spunti per far elaborare al bambino, all’adolescente e all’adulto, l’idea che esistono tanti modi per amare una persona, infatti, proprio nel servizio, sono state citate alcune favole “pro-gay”. Ben vengano! Ma non bruciamo un immenso e inestimabile patrimonio cinematografico e letterario! Farlo sarebbe come commettere un atto di discriminazione e di violenza! E, infine, dico a tutti coloro che realmente hanno a cuore la propria passione, le proprie ideologie, di non accanirsi verso gli altri, di non fare i “Dotti medici e sapienti”, perché infondo, nella nostra diversità, siamo tutti uguali e per consolidare questo termine bisogna iniziare a sentirsi tutti uguali, pur mantenendo le proprie singole diversità, perché tanto...

Al congresso sono tanti,
dotti, medici e sapienti,
per parlare, giudicare,
valutare e provvedere,
e trovare dei rimedi,
per il giovane in questione!


sabato 14 settembre 2013

Una piccola o una grande immortalità?



 Il mio secondo maestro nel capo teatrale, un giorno, mentre stavo seduto dall’altra parte della scrivania tentando di riconoscere se quella vocale era aperta o chiusa, mi espose una sua opinione sulla vita che mi lasciò interdetto (dopo un istintivo pensiero che suonava all’incirca così: «Ma che cazzate che spara.»; beh, forse, meno pesante nel linguaggio); mi disse che compito dell’uomo, ma ancor più importante, dell’artista è che la sua opera venga accolta e ricordata anche dopo la sua morte, se l’artista muore nell’ignoranza di tutti, il suo compito e tutti i suoi sforzi non sono serviti a nulla.
Chissà se diceva così per spronarmi o perché aveva visto qualcosa in me; cosa lo aveva spinto ad accogliermi con così tanto zelo fra i suoi allievi?
Ma questa è un’altra domanda e un’altra storia.
Sul momento pensai che aveva sparato un’idiozia grandissima, immediatamente dopo lo beffeggiai, col pensiero, chiedendomi chi mai si sarebbe ricordato di lui (oltre ai vecchi addetti ai lavori), ma poi... poi ripensai a quelle parole, le sentii risuonare nella mente e pian piano un macigno enorme si poggiò sulla schiena del mio morale, della mia anima; iniziai, a poco a poco, a chiedermi se sarei riuscito a fare qualcosa, se tutta quella passione che avevo (ed ho) per il teatro, sarebbe rimasta nella mente delle persone, se una delle poesie, solo una, scritte nell’impeto o nella precisione, sarebbero perpetuate e lo scenario futuristico che intravidi fu quello di una morte nell’ombra.

Ora, perché scrivo a tal proposito? Perché vado a ripescare un fatto che può e non può interessare, ma soprattutto, abbatte il mio morale?
Semplicemente perché questa sera sono uscito di casa, ho preso un autobus e due metropolitane e sono arrivato a Piazza del Popolo (Roma), lì, in attesa dell’arrivo di un appuntamento, mi sono seduto sulla gradinata dell’obelisco centrale per godere dello spettacolo che un artista di strada stava dando: un Michael Jackson rinato.
Vedendo la folla che lo circondava, vedendo come i bambini lo indicavano con espressioni felici, di come ragazzi e ragazze e anche adulti, filmavano, fotografavano, gli stringevano la mano pensai a ciò che mi disse il mio maestro e realizzai come quel Michael Jackson fosse più, molto, molto di più di un semplice artista di strada, era la sua reincarnazione, ovvero, lo rendeva vivo! E non solo lui, ma anche tutte quelle persone che lo guardavano con ammirazione vedendo in lui il vero Michael ed anche in me che pensavo a quanta magnificenza c’era...

Così accadde anche quando, in un paese estero del nord Europa, incontrai Charlot! Era proprio lui! I pantaloni larghi, le scarpe grandi e vecchie, un vestitino stretto che copriva la camicia bianca, il bastone, la faccia bianca con gli occhi cerchiati di nero, i baffetti (che oggi diremmo “alla Hitler”), il bastone e... il suo fenomenale cappello. Anche allora lo vidi scherzare con un bambino: sceso dal suo piedistallo per salutarlo (da notare che il bambino era già estasiato da quella figura, solo per ciò che vedeva esteriormente) gli cadde la bombetta, così chiede al piccolo se può riprendergliela e lui lo fa, ma proprio mentre sta per afferrarla, gli cade il bastone! Allora chiede al bambino se può prenderglielo e lui lo fa, ma, mentre lo afferra, la bombetta scivola nuovamente a terra; una scenetta che durò per un po’ di tempo e quell’artista di strada sapeva sempre muoversi e reagire in modo diverso, sempre più dinamico e catastrofico, sempre più imprevedibile, dinoccolato proprio come l’originale. A me, quando passai davanti a lui e lo guardai in viso, mantenendo la sua figura immobile come una statua, si limitò semplicemente a farmi l’occhiolino, un gesto rapidissimo ma che mi emozionò enormemente.

Ebbene, seguendo l’esperienza di questi casi, ritorno a chiedermi se sia giusto ciò che il mio maestro diceva: che l’artista deve mirare all’eternità, deve far sì che il suo compito perpetui nel tempo, proprio come noi ricordiamo e citiamo i tragediografi e commediografi, o i filosofi e poeti dell’antica Grecia, anche l’opera mia o di qualsiasi altro artista, se raggiunge il suo compito, fra centinaia di anni sarà ricordata.
E, per dare una risposta, io sono combattuto dall’idea che chi produca materiale artistico, in qualsiasi sua forma, pur ricordato da una sola persona, ha fatto già il suo dovere, oppure se, nel corso della sua vita, con un’opera abbia influenzato la vita di una singola persona, ha anche svolto bene il suo dovere; dall’altra parte sono convinto che tutti coloro che fanno arte debbano mirare a quella gloria che li renderà eterni e immortali! Proprio come Elvis, proprio come Michael... e non a caso, alla morte di questi due personaggi, centinaia di persone hanno detto che non erano morti!

Ma quale sarà la giusta risposta? E (domanda ancor più ardua) in che modo si deve arrivare al successo?

Ma questa è un’altra storia.

venerdì 13 settembre 2013

Ti amo, Napoli li 15 gennaio ’12 - 4° Capitolo di "In cerca di C.F."



- Ti amo, Napoli li 15 gennaio ’12 -
«Aprì gli occhi e tutt’intorno il mondo riprese a vivere anche per lui. Si sentì bruciare la pelle del viso, mentre la schiena era massaggiata da piccoli e levigati sassi; i capelli si muovevano come tentacoli oscuri, seguendo l’andamento del tempo.
Gli occhi restavano fissi sul cielo, pronti per farsi prosciugare dal calore del Sole, mentre nelle orecchie giungeva, sempre più nitido, un suono di conchiglia, un suono che gli ricordava il suo luogo natale, un suono di famiglia, casa, odori e mattoni rossi.
Gli stessi occhi, spalancati verso il cielo, non guardavano nulla in realtà, erano fissi verso l’azzurro di quel posto ma non percepivano immagini reali e non erano in grado di far sbattere le ciglia (ma probabilmente questo era il volere del proprietario); c’era qualcosa sospeso, a mezz’aria fra le nuvole e la carne, una ragazza dai limpidi capelli cielo e freschi occhi di sangue umano. Lui avrebbe voluto parlarle ma non trovò la forza per farlo, così attese che fosse lei a rivolgergli la parola.

La ragazza lo osservò a lungo, non scostando mai il suo sguardo dagli occhi asciutti del naufrago; restò in silenzio, priva d’espressione, cercando di capire com’era possibile quel contatto visivo che le dava incerte sensazioni di calma...come se lui fosse il suo fulcro, il motore dell’essenza, l’energia prima del mondo.

Al primo battito di ciglia di lui, gli occhi trovarono refrigerio dal calore esterno, qualche lacrima distillò le cornee assetate...ma lei svanì.»

Così scrivevo tranquillamente, seduto su di una panchina disposta sul lungomare napoletano. Dietro avevo una città in continuo tumulto e confusione, ma davanti la calma mediterranea di calde acque marine allietava le mie orecchie con il suo perenne e mai uguale strascico.
Mi sollevai piano, conscio che mi sarei dovuto impelagare nei vicoli-ragantela che questa città offriva.
Il sole splendeva alto, ma mai riuscii ad intravederlo per le strade di Napoli, se non in quelle più grandi, dove la gente finalmente poteva respirare e camminare non più per inerzia ma per volontà propria.
La città mi appariva in un groviglio di essenze, di storie belle e storie tristi di buffoni, ingannatori, mestieranti improvvisati: giocolieri della vita, che si imponevano un sorriso da pagliaccio per poter tirare a campare ancora un altro giorno, in questa città luciferina: accolta in paradiso come la più bella e sapiente, per poi essere scagliata nell’Inferno con violenza, odio e invidia.
Camminai, spinto da tutto il resto e lottando contro tutto il resto, per poi adagiarmi nel primo largo che trovai: una piccola piazzetta ignorata dalla massa di tedeschi e inglesi che guardavano ogni angolo della città con un’ignorante esaltazione infantile.
Al centro della piazzetta stava una signora anziana che, vittima della spina dorsale, era costretta a guardare i propri piedi, piuttosto che l’orizzonte. Nella mano destra stringeva, tremante, un bastone di legno di quercia, mentre nell’altra sbriciolava pane azzimo per i colombi di città, detti comunemente piccioni.
Alzai la macchina fotografica che avevo al collo e cercai di inquadrarla nell’obiettivo ma...per quanto cercassi di mettere a fuoco la sua immagine, essa appariva perennemente sfocata. Confuso controllai bene la lente, puntai l’obiettivo su altre persone, altri oggetti, scattai qualche foto di prova e tutto sembrava funzionare alla perfezione.
Ci riprovai.
Impugnai con entrambe le mani la macchina fotografica, misi la figura della donna al centro del riquadro e...nulla, appariva costantemente sfocata.
Mi grattai la testa ancora più confuso per quello strano avvenimento, finché vidi, a pochi centimetri da me, due vecchie scarpe di pezza blu scuro.
«Cosa stai facendo?»
Domandò con calma la vecchietta.
«Sto controllando che la lente...»
Alzai il viso ed un simpatico sorriso amorevole mi fece interrompere la frase.
«Oh, nulla d’importante.»
«Posso sedermi?»
«Certamente!»
Mi scostai sulla sinistra facendole posto sulla panchina e lei con una calma controllata da lumaca, si piegò pian piano fino a lasciarsi andare, entrambe le mani erano poggiate sul manico del bastone.
«E’...è una bella giornata non trova?»
«Chi?»
«Ma lei, signora.»
«Oh...! Certo, certo, è una di quelle giornate che adoro.»
Sospirò mentre annuiva col capo e si passava una mano fra i capelli, la bocca restava semiaperta per respirare meglio ed i suoi occhi, fissi sul fondo della piazzetta, stavano certamente vagando per chissà quali ricordi e fantasie.
«Volevi farmi una foto?»
Interruppe un lungo silenzio.
«Ci provavo, ma a quanto pare c’è qualche problema di focalizzazione.»
«Davvero?»
«Sì, vede...pare che la sua immagine sia sfocata per questo obiettivo.»
Aprì la bocca come a voler parlare, ma poi si limitò semplicemente ad annuire.
«Sai, tutto dipende da con cosa si guarda e che cosa si guarda.»
L’avevo già sentita questa frase...ma non ricordavo proprio dove.
«Beh non c’è tanta possibilità...è una macchina fotografica infondo, cosa c’è di più obbiettivo?»
«Ma non è lei che guarda, sei tu che lo fai.»
«Temo di non capirla.»
«Capire a chi?»
«A lei, no?»
«Ah...già.»
Si mise a ridere rovistando in tasca estraendo un sacchetto pieno di briciole di pane, che appena fu aperto destò l’attenzione di una decina di piccioni.
«L’uomo spesso non guarda, si limita a vedere; l’immagine in se non ha nulla, siamo noi che diamo valore alle immagini, siamo noi che decidiamo cosa guardare e cosa scartare.»
«Potrei darle quasi ragione.»
«Sai è una delle cose che ho imparato sin da bambina.»
«E’ un concetto complesso.»
«E’ vero, è vero...ma è talmente naturale che non dovrebbe esserlo.»
«Era una bambina in gamba.»
«Si capisce!»
Disse sbarrando gli occhi e lanciando delle briciole sul terreno. Immediatamente quei colombi cominciarono a spintonarsi e beccarsi per avere il bottino.
«Bisogna essere intelligenti nella vita, ed io lo ero...d’altronde frequentavo sempre C.F.»
Mi drizzai immediatamente girandomi verso la vecchietta e con fare ansioso le chiesi...
«Lei conosce C.F.?»
Mi guardò di sott’occhio non scomponendosi minimamente dalla sua calma cementificata negli anni.
«Dici di no?»
«Non lo so. Lei...lei ha detto C.F.!»
«Lei chi?»
«Lei tu!»
«Ah! E’ vero.»
Tacque.
«Mi scusi se insisto, ma io sto cercando C.F., se sa qualcosa al riguardo deve dirmelo.»
«Perché...? Ah! Non mi rispondere...sarà per lo stesso motivo per cui io ci sono andata, ed ora...eccomi qui, già sulla soglia dei cent’anni.»
«La supplico, ho fatto un lungo e tortuoso viaggio per essere qui.»
«Davvero? Beh, devo sconsigliartelo prima.»
«Lei sa quali sofferenze prova l’essere umano, in questa continua pazza ricerca per...»
«...per avvicinarsi agli estranei, e inevitabilmente questo rapporto li fa soffrire.»
Rispose, continuando il pensiero che avevo intenzione di esporle, ma decisi di continuare al suo posto.
«Finché non si trova la giusta distanza fra le due persone...»
«...però attorno c’è troppo caos, ed altre persone potrebbero spingere una delle due oltre la soglia.»
Questa volta semplicemente ribatté alla mia affermazione, ma ripresi a parlare.
«In più c’è il caos dei sentimenti, delle parole...le più comunemente confuse sono...»
«...sono: amicizia, amore, passione.»
Annuii semplicemente, meravigliandomi di come quei pensieri che credevo strettamente personali fossero condivisi con identiche parole da un’estranea, un’estranea che, però, aveva frequentato C.F.
«Come fa lei a sapere tutto questo?»
«Cosa?»
«Tutto ciò che abbiamo detto fin ora!»
«Ah! E’ vero, è vero...beh ragazzo, non sei l’unico a soffrire di questi mali; se l’uomo fosse leggermente più consapevole della sua condizione, cercherebbe a tutti i costi C.F. proprio come te, proprio come me.»
«Lei dunque l’ha fatto per questi stessi motivi?»
«E’ triste ammetterlo ma...sì. Ho vissuto poco, ma ho vissuto tanto.»
Sospirò e, notando che aveva terminato le briciole di quel pane raffermo, con fatica si sollevò dalla panchina puntando i suoi occhi su di me.
«Questo è un luogo di passaggio. Non dovresti fermarti qui per molto se vuoi raggiungere il tuo scopo.»
«Mi è stato consigliato da F.V. di venire qui.»
«F.V.?!?»
Sgranò gli occhi quasi in modo terrificante e mi osservò per un lungo tempo, fino a sciogliere il suo stupore in un dolce sorriso da vecchietta.
«Seguimi ragazzo. Fidati delle mie vecchie ossa.»
E così feci: tacito, acconsenziente, gentile e aiutandola ad attraversare la strada come un bravo boyscout arrivammo alla sua dimora, un classico basso napoletano.
La porta si aprì appena lei la spinse col bastone in legno che sosteneva il suo peso, e, scesi tre gradini, fummo nell’appartamento. Osservandomi attorno c’erano solo vecchie cose, come vecchia era l’aria che si respirava, mista a smog e chissà quali altre sostanze tossiche. La carta da parati era arricciata su alcuni angoli, mentre in alcuni punti cominciava a sorgere la muffa. Vecchie foto, incorniciate da dell’argento sporco, riportavano alla luce del presente un passato strano...erano foto vuote, prive di persone intendo, cioè...erano luoghi spogli.
«Non guardare troppo quelle foto.»
Mi avvertì con voce roca.
«Sono il peso che porto da sempre.»
«Non capisco...»
«Non andare da C.F.»
«C’entrano queste foto?»
Scosse il capo, non tanto come gesto di negazione, ma come rassegnazione.
«Chi frequenta C.F. non può esistere. C.F. ti consuma, ti logora, ti risucchia gli organi e l’ombra.»
«Vuole dire che non può essere fotografata? Per questo non ci riuscivo?»
Sospirò.
«Avere tutto: felicità, amore, soldi, una cultura omnia...una salute perfetta, questo vuol dire frequentare C.F. per i motivi per cui noi ci andiamo.»
«Non è una cosa bella?»
«Vedi come sono ridotta? Schiava della mia malattia a guardare i miei piedi anziché l’orizzonte...e qui a Napoli, ci sono degli orizzonti magnifici.»
«Non, io non capisco! Cosa c’entra la salute con lei!»
Si voltò, più velocemente di quanto mi aspettassi e puntò il suo legnoso bastone contro di me.
«E’ stata la mia volontà! La mia scelta! Perché quando ti accorgi di non poter andare avanti con ciò che C.F. ti dona, comprendi come vorresti essere uomo e sprofondare nei suoi dolori, nelle sue colpe!!!»
Mentre urlava con tutto il fiato che aveva in corpo, avanzava lentamente verso di me ed io ero costretto ad indietreggiare, fino ad urtare con le gambe su di una poltrona e caderci su, sollevando un mucchio di polvere.
«Ma...è folle! Desiderare i dolori umani è folle! Perché desiderarli!?»
«Perché è bello soffrire! E’ bello vivere i dissidi umani! E’ bello tenere una vita normale fra le proprie braccia.»
Tossì acciaccata da quel suo sbraitare.
Ormai respirava a fatica tanto s’era agitata. Con un braccio cercò disperatamente un appoggio e trovò il tavolo su cui consumava gli ultimi pasti della sua vita, e con fatica si sedette ad una sedia di legno accostata ad esso.
Io tremavo guardandola e non potei far altro che tacere, tacere per un lungo lasso di tempo.

Era ormai pomeriggio, io ero ancora seduto sulla poltrona, mentre lei stava dormendo sul letto.
Lasciai scorrere le ore.
Mi addormentai.

Una folata di vento ed aprì gli occhi. Chi? Lui. Lui, ovvero me.
Stava seduto a cavalcioni su di un muro di cemento grezzo che divideva la vita e la morte. Da un lato, sulla sua destra, c’era un cimitero, un classico cimitero, con lapidi più che normali, dall’altra parte una casa vegliava su di una strada ad angolo retto. Da dietro una finestra di quella casa una ragazza lo stava ad osservare, aveva lunghi capelli neri e labbra sottili e delicate.
Lui le sorrise nell’esatto momento in cui lei decise di chiudere le tende.

«Bisogna andare!»
«Andare?»
Il treno era partito ed un uomo alto, magro, con i capelli d’un grigio metallizzato teneva per mano me, ovvero lui, facendolo correre accanto ai binari.
«Non vorrai perdere il treno?»
«No. Certamente!»
«Allora su...salta, ti aiuterò io.»
Era una sorta di treno merci per animali, ma dietro le sbarre c’erano persone dal viso indefinito che ballavano su una musica house.
Orribile.
«Ho paura.»
«Sta tranquillo...sono qui apposta.»
L’uomo longilineo, dai capelli corti e argentati, con la riga a sinistra ed un cappotto di panno grigio e nero, estrasse due spade e con esse combatté contro gli uomini dal viso sfocato, facendosi largo con fatica affinché il suo protetto potesse raggiungere l’apice del treno.
Volteggiava, fendeva, parava...e le lame scintillavano furiose sotto le luci stroboscopiche da discoteca.
«Manca poco...!»
Gli disse con voce chiaramente provata, mentre lui tentava di schivare i bicchieri da cocktail, le parrucche, le cravatte le scarpe con tacchi a spillo e doveva tapparsi le orecchie per evitare quelle urla femminili, così acute da generare esplosioni soniche.
Boooom!
Fu scaraventato fuori dal vagone.

Rotolai (ritornai nel mio corpo) sul terreno di quella collinetta fino a finire sotto il piede destro d’una ragazza.
«Sai cosa devi dire.»
Mi disse con voce chiara, mentre, togliendo il piede da me si apprestava a chinarsi sul mio viso.
«Ho paura...»
Sollevò semplicemente le sopraciglia come ad avvertirmi di essere cauto sulle parole; allora ci riprovai.
«Ti amo.»
Le circondai il collo con le braccia e la baciai. In quel bacio percepii come un esplosione interna, come se un macigno cementificato negli anni si fosse infranto in un sol colpo...o fosse mutato in piume...perché erano piume ciò che vedevo scendere attorno a noi; o era la mia immaginazione, perché avevo gli occhi chiusi, umidi.
Fu comunque fantastico.

Mi svegliai lentamente, ma consapevole di ciò che dovevo fare. L’odore di caffè investiva la casa e non ci volle molto perché quella vecchietta me ne offrisse una tazzina già sapientemente zuccherata.
«L’hai capito chi sono.»
Sorrisi di risposta senza dir niente.
«Come stai?»
«Bene. Davvero bene.»
Sorseggiai piano quel caffè color cioccolata.
«Scusami per ieri, non volevo gridare in quel modo...»
La zittii subito con un gesto della mano.
«Hai fatto bene a dirmelo. Io dovevo solo prendere coscienza di ciò che realmente stavo cercando. Io cerco C.F. per amare...mi è indispensabile.»
«Per amare...»
Disse con occhi lucidi volti al polveroso lampadario ed io annuii sorridendo.
«Hai dato un ultima fiamma di gioia alla mia vita. Ora so perché volevo trovare C.F., ed è ora che tu possa terminare il viaggio.»
Le sorrisi dolcemente sorseggiando il caffè; quando l’ebbi finito gustai il suo sapore fra la lingua e il palato.
«E’ ottimo.»


Per chi si è perso o vuole rileggere i capitoli precedenti:
1) Notte a Milano 
2) Il dono del lago d'Iseo 
3) La passione di Roma 

In cerca di C.F. 

mercoledì 11 settembre 2013

La passione di Roma - 3° Capitolo di "In cerca di C.F."



- La passione di Roma -
Portava le iniziali di C.F. ed ora che ne avevo una più tangibile forma, la mia ricerca si faceva sempre più concreta, ma vaga, ancora troppo per poter raggiungere la fine.
Nome di gentile fragilità, di rosso, di quel colore ambiguo che ci tinge di vita e morte, di gioia, di passione, di libertà, era così e lo sapevo; e rossa era la sciarpa che mi circondava il collo, ammorbidendone la pelle ed i muscoli irrigiditi dal freddo di quel tramonto, e rosso era anch’esso, che mi sorrideva da lontano augurandomi una buona notte; ma in cielo già splendeva sorniona la Luna, sfoggiando quelle sue labbra di stella morta mi diceva: «Benvenuto a Roma.»

Abbassai lo sguardo, con esso si restrinse il mio campo visivo, schiacciato sulle facciate di palazzi antichi. Nelle orecchie risuonava l’acqua scivolata in vortici e vociare di tantissime persone che, mi resi conto, improvvisamente mi circondavano e schiacciavano nel loro andare frettoloso e gioioso. Non mi resi conto del luogo in cui mi trovavo, migliaia di suoni diversi invasero le mie orecchie fino a costringere le mani a tapparle. Ora che i suoni erano più lievi e morbidi potei osservare con una più calma cognizione il posto che mi accoglieva con così tanti fiati e tamburi diversi, occhi diversi che fendevano la luce e la facevano propria.
Girando un po’ lo sguardo, un palazzo robusto e di spalle larghe, faceva risplendere le proprie pareti di bianco marmo, alternate da piccoli balconcini e colonne con capitelli corinzi ricchi di foglie, ma era poco più in basso che iniziava il vero splendore.
Mai i miei occhi si riempirono di così tanto sgomento per la completa e complessa visione di quell’arte umana, dove l’acqua giocava fra il marmo plasmato sotto l’occhio attento e la mente artistica e le mani scaltre di un uomo.
Cessai improvvisamente di respirare, e man mano quel caos di gente sparì dalla mia attenzione; tolsi i tappi che avevo sulle orecchie ed a piccoli passi mi avvicinai al piccolo bordo della vasca, insignificante rispetto alla maestosità di ciò che racchiudeva: la forza, l’esuberanza, la precisione folle, i miti dell’uomo, i suoni di un regno marino affioravano da quello statico marmo e si animavano nella mia mente con una prorompenza inaudita. Il frenetico scorrere delle acque e l’emersione da queste dei due cavalli, uno imbizzarrito, quale simbolo della furia del mare, e l’altro più docile, quale simbolo della pace e calma delle acque marine, viene dominato dall’alto con grande imparzialità e fermezza da un dio: Oceano. Imponente e maestoso, forte, come solo una divinità sa essere, rigido e agile allo stesso momento,  che, in piedi sulla sua conchiglia, dava precisi ordini ai suoi sudditi; in lui si andava a ritrovare tutta la pace e calma che in quella fontana si disperdeva in dinamismo, velocità, linee curve in contrasto con gli acuti spuntoni degli scogli.

Così, ero a Roma, scivolato in quel mondo per ricercare C.F. un mistero avvolto da parole ed oscuro alla mia realtà tangibile.
Roma era lì, e voleva inghiottirmi nei suoi vortici.

Qualche passo, l’attenzione distolta da quella magnetica visione ed ero già altrove a rovistare per vie di bassa fama, ciò che rimaneva del suo passaggio.
I pugni stretti nelle tasche e la mente che volava via, musiche fuoriuscite da camere da letto, mi accompagnavano in questa ricerca mia....
«Ragazzo.»
Una donna dalle lunghe gambe fermò quell’andare costante dei miei passi. Mi voltai piano puntando gli occhi sul suo volto, un volto non più infantile, non più ingenuo dinanzi al mondo, e quegli occhi suoi verde scuro, mi guardavano come si osserva qualcosa di risaputo...pareva conoscere tutto di me, anche le parole che producevo con un connubio fra cervello e polmoni.
Aprii la bocca.
«Sono F.V.»
Mi precedette. Ripresi fiato e nuovamente tentai di...
«Ti vorrei parlare di qualcosa a cui tieni.»
Mi superò, nonostante il tono pacato e sapiente, fra un tiro di sigaretta e le sue lunghe occhiate, riusciva a parlare in anticipo sulla mia timidezza.
«F.V. sta per...?»
Dissi sfruttando il fiato sospeso dalla precedente affermazione rimasta inespressa, e vedendo questo mio parlare veloce allungò l’angolo destro delle sue labbra rosse, in un sorriso tremendamente malinconico. La sua mano sinistra scese lungo i suoi seni, lungo il bacino, ed infilatasi nelle gambe, scostò leggermente quella sinistra.
«Secondo te?»
Mi stava dando la possibilità di parlare, come se stesse dando un piccolo vantaggio a qualcuno che avrebbe ripreso facilmente.
«Potrebbe...non so...“F” potrebbe stare per...fonte?»
Lei annuì semplicemente mentre riaccendeva la punta della sigaretta di fuoco.
«E...“V” per...Vagina?»
Scoppiò a ridere, una risata incontrollata che ruppe quel suo apparire glaciale.
«Fonte Vagina?»
«N-no...nel senso...»
La sua risata coprì la mia voce, tanto da non permettermi di parlare o, quantomeno, sentire i miei pensieri.
«Potevi dire: Fonte Vaginale, quantomeno era più sensato.»
Alzai gli occhi al cielo scocciato, rimisi i pugni, ancora più stretti del solito, in tasca e feci per andarmene via.
«Foglia Verde. E’ così che mi chiamano.»
Uno dei miei passi tentennò per un momento, poi continuò ad avanzare.

Superati un paio di lampioni ricomparve nella stessa posizione: sicura e superba, ma questa volta non provai neanche a ragionare sulle parole da dirle, ero certo che se mi aveva seguito e provava ad ossessionarmi sapeva ciò che voleva da me.
«C.F. Questo dovrebbe attirare la tua attenzione.»
Infatti lo fece. Mi voltai verso di lei, lei sotto il cono di luce gialla creata dal lampione, io dentro quell’oscurità metropolitana...eppure non capivo chi poteva essere la luce e chi il buio.
«Foglia Verde, tu...»
«Io non so, mi spiace, non conosco C.F. ma posso darti una mano.»
Aggrottai la fronte dubbioso e F.V. mi diede subito risposta.
«C’è un uomo che può aiutarti a trovarla, lontano da questo posto, lontano dalla Roma ideale che conosci...»
«Vicino a cosa allora?»
«Vicino ai tuoi incubi.»
Divaricò leggermente le gambe e sorrise gettando la sigaretta in una piccola fontana d’epoca, agganciata al muro del palazzo; mi avvicinai a lei e venni rapito dal suo profumo, fino ad inebriarmi e lasciarmi andare sul suo morbido seno...percepii le sue carezze...

Fra le mie mani giocava un bicchiere di vino con la sua morte, provando, secondo dopo secondo, scariche d’adrenalina fra la mano destra e la sinistra.
Stavo seduto ad un tavolo in legno laccato in superficie, d’un bar cui non serve ricordare l’infausto nome. L’atmosfera di penombra e luci ingiallite dal tempo era infranta da fulmini blu: neon che, sottili, tagliavano il soffitto legnoso formando rette parallele; ogni tanto si accendevano ed una luce blu scuro li attraversava per poi scomparire verso altre sale più chiassose e fumose.
L’ansia cresceva, ma tentavo di non tradirmi, non davanti al mio interlocutore: un impassibile, invisibile e scaltro individuo, avvolto in un ombra talmente nera da farlo quasi scomparire, sotto quegli abiti anni ’40 che portava con fierezza. Il suo volto appariva in lineamenti distorti al passaggio dai lampi blu, mentre la bocca, ogni tanto, si incendiava al riflesso del tabacco del sigaro che fumava.
Era tranquillo, troppo tranquillo in confronto alle mie mani che dimenavano il bicchiere da una parte all’altra del tavolo; stringevo appena i denti per reprimere l’impulso di avventarmi sul mio interlocutore che da troppo tempo si gingillava nella sua magniloquente rudezza.
«C.F.»
Ripetei scandendo le due lettere.
«Capisco benissimo, inutile ripetere.»
Giocava ancora con la sua calma contro la mia frenesia.
«C.F.»
Dissi con più decisione.
«Stai cercando di mettermi paura?»
«C.F.»
Questa volta alzai la voce e...
«Porca puttana!»
Si lanciò sul tavolo afferrando il collo della polo nera che indossavo, spingendo la mia fronte sulla sua, costringendomi ad inalare quella puzza di sigaro mista al suo poco limpido alito.
«Sei uno stronzetto come gli altri.»
«C.F.»
Fu un impresa parlare sotto quegli odori vomitevoli.
Allora mi alzò dalla sedia facendomi staccare i piedi da terra e con una forza sovrumana mi scaraventò al suolo.
«Io non voglio giocare piccoletto! Qui tutti sanno chi sono e nessuno...nessuno pronuncia quelle lettere in mia presenza.»
Alzò la gamba, poi non ci vidi più, percepivo solamente i calci ripetuti contro lo stomaco, i fianchi, la gabbia toracica, mentre strisciavo a terra fino ad urtare contro il muro; tutti i presenti ignorarono il fatto, poiché sapevano bene chi era quell’omone che mi stava massacrando e nessuno voleva intromettersi in ciò cui io non potevo sottrarmi.
Lui continuò a calciarmi finché non udì più alcun gemito di dolore; allora si chinò, avvolse la mano destra attorno al mio collo e mi sollevò riportandomi sulla sedia del tavolo che condividevamo; dopo un gesto minimale dei suoi occhi ad un cameriere, arrivarono in tavola due bicchieri ed una bottiglia di whisky. Se ne versò subito un po’ buttandolo giù d’un fiato prima di ordinarmi di fare lo stesso.
«Bevi.»
«Senta signor...»
«Non! Non dire il mio nome.»
«Bene. Signore, io sto cercando quella cosa e la sto cercando disperatamente, ne va del mio futuro, ne va del mio essere me; e...scusi se non bevo, ma non sopporto questo genere di alcol.»
«Un uomo che non beve ma cerca C.F. è ridicolo.»
«Ne va della mia essenza.»
«Ed io perché dovrei aiutarti?»
«Perché chiunque intraprenda questo viaggio è cosciente di ciò che vuole, di ciò che affronterà.»
Estrasse cautamente un sigaro, dato che l’altro aveva deciso di buttarlo, dalla tasca della giacca e l’accese con maestria. Dopo una boccata d’aria “pura” riprese a parlare con tono più calmo.
«Ma tu non sai cos’è C.F., è il limite, l’estremo, la punta finale del riscatto...dopo C.F. non c’è che la morte.»
«Sto già morendo, che differenza c’è nell’accelerare il processo o mantenerlo uguale?»
Annuì piano gettando fuori il fumo del sigaro e, contemporaneamente, buttar giù un altro bicchiere di whisky come se stesse bevendo acqua.
«Va bene ragazzino. Lasciami la notte per pensarci, ti farò sapere.»
Si alzò afferrando il borsalino poggiato sul tavolo, ma la mia mano lo fermò.
«In che modo?»
«Io so sempre dove cercare chi voglio trovare, ho tanti occhi maliziosi e deliziosi in città. Arrivederci viaggiatore.»
«Arrivederci.»

Arrivederci Roma,
Per queste strade che sanno di smog la gente cammina indisturbata dalla presenza altrui, quasi ignara dell’altro, poiché si è in troppi in questa strada enorme dove si suda, mentre in alto i lampioni si ghiacciano.
I palazzi, di mura secolari lavorate da mano d’artista, ci spalleggiano nell’andare, salutando ogni persona per ogni piano, per ogni vaso fiorito esposto sui corti balconi.
Città di tanto, di troppo, vasta più dell’orizzonte dei nostri occhi, non tutti sanno cogliere cosa c’è in una delle tue piazze nascoste dalle guide turistiche, offuscate dalla magniloquenza di quelle opere raffinate che tutt’oggi ti rendono Roma...ed il tuo nome fa tintinnare di gioia i sogni di persone che neanche conoscono la tua lingua.
Il centro è un cuore pulsante, a volte nero, cui si cammina ignari del fatto che si sta attraversando il tempo, le epoche, i millenni, dove uomini cui solo il nome ci rende orgogliosi d’essere Italiani, hanno vissuto nelle grandi imprese, così come nelle piccole quotidiane avventure, la loro vita.
C’è sangue per queste strade cementificate, c’è poesia nei tuoi caratteristici pini, c’è musica nei teatri avvolti da mantelle rosse dove un ragazzo aspetta l’inizio dell’opera e qualcun altro desidera fotografare quell’attesa ansiosa di recepire Arte.
Di rosso si tinge la sera sulle arterie di questa Roma compulsiva e frenetica, dove auto di ritorno, svuotano uffici, scuole, università, centri, per raggiungere i focolari domestici lontani, in quei quartieri dove quasi si ci dimentica d’essere a Roma.
La notte arriva, ma quasi nessuno se ne rende conto, troppi impegni tengono lontane queste persone dalla realtà, ognuna è costretta a vivere nel proprio guscio, per riuscire a portare a casa qualcosa...che sia pane, che sia gioia, che sia stanchezza o la solita emicrania metropolitana, o mali, mal di città.
Hai tanti volti, Roma, e nella notte lentamente spegni le luci dei quartieri, mentre la folla si riversa nei vicoli casalinghi di Trastevere e qualcun altro guarda le stelle, che questa città ha creato, dall’alto del Gianicolo...mentre ciò accade io, io come altri, ti sogniamo, rivedendo in te il mondo che ci ha salvato, rivedendo sul tuo nome la sporcizia che ci offre la vita, così come la bellezza...ed in questo io ti ringrazio.
Chi non ti ama, chi non ti cura, chi ti rinnega, non ha abbastanza spirito per poter allargare le sue mani sulla tua natura quasi divina.

Delle piume volavano sul mio corpo, le loro carezze rinfrescavano il mio spirito, placavano il mio corpo, mi rendevano felice d’esser uomo....
F.V. accarezzava il bordo d’un bicchiere poggiato sul davanzale della finestra dalla quale osservava gli altri camminare e compiere i propri doveri quotidiani; fu la prima cosa che vidi quando mi svegliai sotto un caldo piumone, su di un letto che non conoscevo. Lei si voltò verso di me dandomi il buon giorno e quel viso non mi parve mai così tanto pulito e ingenuo, ingentilito dal sole mattutino, lì dove l’innaturalezza del lampione la rendeva più vecchia e volgare. Di risposta le sorrisi stropicciandomi gli occhi ancora appesantiti dal sonno.
«Hai passato una buona notte?»
«Si.»
«Bene. Meglio così.»
«E tu...come stai?»
Aveva appena ripreso a guardare le persone sulla strada quando a quella domanda, si girò sorpresa e si avvicinò con gentilezza, facendo ondeggiare quella sottile vestaglia verde scuro, come i suoi occhi, pronta a far vedere ciò che si celava sotto.
«Interessa a qualcuno?»
«A me.»
«Già...»
Si avvicinò baciandomi la bocca, con la stessa attenzione e passione con cui una ragazza bacia il proprio amore per la prima volta.
«Hai un animo gentile. Perché vuoi cercare C.F.?»
Le scostai i capelli dal viso avvolgendolo con entrambe le mani.
«Devo farlo, se non raggiungerò il mio scopo, una parte di me morirà. Ma tu...tu invece, perché fai...»
Mi zittì baciandomi ancora, piano, sfiorandomi appena; poi, alzandosi dal letto, allacciò la sua vestaglia.
«Vado a prepararti un caffè.»

C’è gente che s’innamora facilmente...io sono una di queste persone e, parlando della mia personale esperienza, non m’innamoro facilmente per una mancanza di sensibilità o di percezione dell’amore, ma per un acuta percezione di esso, per un’acuta percezione della bellezza che so scovare con maestria, e non parlo esplicitamente di bellezza estetica, ma della bellezza in generale, quella che oserei scrivere con la “b” maiuscola: Bellezza. Chissà se era amore ciò che provai nei confronti di F.V. , se quel mio osservarla in vesti umane, lontano dalla strada che comandava con sguardo superbo, per far fronte a uomini senza pudore, sporchi fin dentro il corpo, dalle idee distorte, dai modi maneschi e padroneggianti, mi avesse fatto comprendere quanta semplicità bastava per renderla una persona amabile al di fuori degli affetti fisici. Chissà se mi innamorai di lei per quella risata spontanea, per il modo in cui sapeva osservarmi, per il modo in cui respirava vicino a me e...in qualche modo, mi amava e mi amò per tutta la notte.
In lei ritrovai molte caratteristiche ricercabili in C.F., molte delle quali erano genuine e pericolose come il Fiore d’Adone.

«Da piccola non vivevo qui.»
Disse mentre indossava vestiti giornalieri e comuni.
«Stavo in una città...indefinibile. Non importa il suo nome, ma ricordo che un giorno incontrai un giovane ragazzo.»
Sorrisi intuendo che stava parlando del suo primo amore.
«Sì, in un certo senso fu il mio primo amore...anche se allora non conoscevo questa parola e pertanto...non potei dirglielo.»
Non fui sorpreso nel sentire queste parole, lei aveva sempre saputo precedere i miei pensieri.
«Insieme guardammo la Luna. Fu magnifico.»

Andai via sul tramonto, dopo aver trascorso tutta la giornata in sua compagnia, lei che mi seppe consigliare come trovare C.F. e mi regalò, sul nostro addio, un bacio da donna che non dimenticherò mai.
Ciò che scoprii era che il mio obbiettivo era ancora molto lontano, altrove, più a sud di Roma, in un’improbabile paesino cui non avevo mai sentito parlare, ma da allora quel suo nome mi entrò in mente, come fosse il mio stesso nome.

 - Se è la prima volta che leggete "In cerca di C.F." vi rimando ai capitoli precedenti:

- Se vi è piaciuto qui potrete comprarlo: In cerca di C.F. (lulu.com)

martedì 10 settembre 2013

Uomo e Numeri dentro uno spazzolino



Ci sono dei momenti nella vita in cui si compiono gesti naturali e automaticamente la mente (scusate il gioco di parole) si lascia andare a pensieri vaghi e forse vani.

A chi studia una materia umanistica, in generale (dallo studio dell’antico greco, ai disegnatori di fumetti), sicuramente sarà capitato di dover parlare con qualcuno del suo percorso di studi e questo “qualcuno”, appena sentito che si studia nel campo umanistico, ne rimane deluso oppure muove apprezzamenti di convenzione:

Esempio del caso n°1:
«Ho preso Lettere e filosofia
«Oh, come mai?»

Esempio del caso n°2:
«Sai studio nella facoltà di Lettere e filosofia
«Ah! Interessante...!»

Aggiungiamo a questa perenne condizione di falso svantaggio, quella ferma convinzione che, chi va bene alle superiori, deve studiare o Medicina o Ingegneria.

Ebbene, mentre spazzolavo con cura i denti, una sera, ho ripensato a tutto ciò e mi ha fatto riflettere su come le materie umanistiche, oggi giorno, almeno nel nostro italico stivale, siano poco considerate, mentre quelle scientifiche sono apprezzatissime. La stessa società ce lo suggerisce: «Fate gli imprenditori da grandi!»; oppure il successo del programma The Apprentice!
Ma ciò, non implica automaticamente che la scienza sia più importante dell’umanistica?
Ovvero: i numeri sono più importanti dell’uomo.
Ovvero: una creazione dell’uomo è più importante dell’uomo stesso.
Ovvero: è più affascinante indagare su un numero che non sulla psiche umana.

Allora (sempre mentre spazzolavo i denti) pensavo a come siamo già schiavi della scienza e di come i disastri preannunciati sin dal film culto Metropolis di Fritz Lang o il più recente Battlestar Galactica siano già in atto qui, proprio in questo momento, ma in modo molto più silenzioso, in modo così sottile che non ce ne rendiamo conto.
Anche l’attuale crisi economica, non è forse frutto dell’uomo stesso? Non è forse il risultato di un’attribuzione che l’uomo stesso ha dato all’economia? E in essa ha riposto ogni sfaccettatura della sua vita e l’ha fatta crescere a dismisura fino a farla diventare un mostro indomabile?
South Park ha ragione quando fa vedere Kyle che con un bancomat con spesa illimitata (era all’incirca così) si addossa tutti i debiti di tutte le persone della città, risanando la loro condizione economica, perché, paradossalmente, si potrebbe fare! (Ignorando i pignoramenti a catena successivi)

D’altra parte i numeri hanno spesso fiancheggiato l’uomo; esempio più alto è internet, è questo blog su cui scrivo, è You-Tube, dove posso caricare i miei filmati e sono i filmati stessi anche frutto di quei maledetti numeri; allora, se uomo e numeri hanno viaggiato spesso insieme, se si aiutano l’un l’altro, allora non sono entrambi sullo stesso livello? Anzi, è per i bisogni umani che la tecnologia si evolve e quindi, permettetemi di dirlo, l’uomo è una spanna in più sopra la scienza ed è sopra la scienza perché è lui stesso a creare le formule ed è superiore ad essa perché di quelle formule l’uomo sa tutto, ma l’uomo su se stesso non sa tutto.

A conclusione di ciò c’è, da una parte il risciacquo della bocca, dall’altra c’è la speranza che questa situazione claustrofobica svanisca e che possa parlare a quel “qualcuno” dei miei studi, senza sentirmi un idiota che sta perdendo il suo tempo  “dietro a frasi di canzoni, dietro a libri e ad aquiloni, dietro a ciò che non sarà...” (Cit. F.Guccini) 

Detto ciò colgo l'occasione per sponsorizzare alcune mie cose:
Libro: di questo, trovate i primi due capitoli in post precedenti, sempre nel suddetto Blog :) In cerca di C.F.